Ho mangiato “come Gesù” per una settimana
- ligrestivincenzo
- 1 mag 2023
- Tempo di lettura: 4 min
Erbe amare, pesce alla griglia e succo di melagrana: ho seguito tutti gli indizi che la Bibbia potesse darmi per mangiare da Dio. E adesso ho capito perché Gesù era così fisicato.

Questo post è stato originariamente pubblicato il il 23.12.19 su VICE Italia.
Come molti italiani, sono nato in una famiglia piuttosto cattolica. Mia madre è catechista. Mio padre è nel coro chiesa. Pur non abitando più coi miei, sono ancora l’addetto al presepe ogni Natale. Devo inderogabilmente sorbirmi la messa alla vigilia anche se ho sonno. Un sacco di segni della croce ad ogni pasto. E forse è per questo che alla fine parlo un sacco con Gesù—e un sacco di gente pensa che parli da solo. Anche più volte al giorno. Gesù, come forse saprete, è una figura centrale del cristianesimo, sia uno dei personaggi più influenti della storia dell’umanità. Attualmente nei paesi occidentali il tempo scorre a partire dalla sua nascita (a. C, d. C.); nei secoli è stato tra i soggetti più rappresentati nell’arte (con tutti gli adattamenti del caso); i libri che parlano di lui, i Vangeli (ma soprattutto la Bibbia per intero), sono tra i più letti al mondo; in questi duemila anni la sua eredità culturale è andata ben oltre la Galilea, e la Giudea, i luoghi dell’attuale Palestina in cui era solito predicare. Lasciti che hanno ispirato La Divina Commedia, il Salvator Mundi di Leonardo, più recentemente il Codice da Vinci di Dan Brown e quei videogiochi in cui sei Gesù e puoi provare a realizzare miracoli. Avendo imparato in anni di catechismo un sacco di storie interessanti della Bibbia—schiavitù, fratricidi, uomini con più mogli, che nel frattempo mi han fatto venire un sacco di dubbi sull’assenza di donne tra le figure chiave della chiesa—posso affermare che Gesù fosse (come recentemente Papa Francesco) un rivoluzionario. Soprattutto a tavola. Nel Vangelo di Marco, per esempio, si racconta come Gesù rivalutò e rese “puri tutti gli alimenti,” smentendo nella sostanza il Levitico, parte del Vecchio testamento, in cui si afferma che i credenti non potessero mangiare un sacco di roba, come il maiale e “la lepre, perché rumina.” In generale nel Nuovo Testamento, poi, si narra di episodi in cui pasteggiava con esattori delle tasse, peccatori e prostitute—facendo prendere un coccolone a quei bigotti dei “farisei e i loro scribi.” In Matteo 11,19, ancora, si evince che stare a tavola a fare festa gli piacesse un botto tanto che, al contrario di Giovanni Battista, fosse un “mangione e beone.” Dato che anche a me piace un sacco pasteggiare ma principalmente con precotti, schifezza-impure-confezionate (come testimonia la mia vecchia rubrica Junk Good su Munchies) e problemi di meteorismo annessi, una collega un giorno mi dice che avrei “solo potuto imparare da Gesù” e dalla “sua alimentazione molto sana e senza conservanti. Così, accettata la sfida, mi ritrovo in mano “A tavola con Abramo, le ricette della Bibbia” (edizioni San Paolo), un ottimo ricettario in cui si propone “un modo inusuale” per testare “la tradizione gastronomica tramandata nella Bibbia” con “piatti descritti con precisione” o semplicemente “citati” nel “testo sacro.” Molti passi dei Vangeli descrivono la relazione tra Gesù e il cibo, ma un libro che parla nel complesso dell’alimentazione nella Bibbia (che copre un periodo piuttosto lungooo) mi è sembrato tra i più completi per provare “concretamente i sapori” delle “sacre scritture.” Ad aiutarmi nell’impresa di scegliere, cucinare, fotografare e schiscettare per il lavoro le ricette giuste per l’intera settimana, c’è invece quella santa di Camilla. Con lei ci diamo appuntamento in un posto che sono sicuro a Gesù piaccia un sacco: l’Esselunga di Viale Papiniano, a Milano, famoso per essere il supermercato dove sboccia l’amore, e i single trovano la loro metà tra un cotechino e una candeggina in promozione, e poi chissà, magari si sposano.

Questo pensiero mi fa venire in mente il passo delle Nozze di Cana raccontate nel Vangelo di Giovanni, in cui Gesù trasformò l’acqua in Vino, perché era finito. Così chiedo a Camilla di dirigerci subito verso i fustini d’acqua. Ma le vie del Signore sono infinite: ci troviamo prima davanti a un sacco di bottiglie di vino. E mi sento subito un po’ come Noè, primo viticoltore delle scritture, che prova per la prima volta il brivido dell’ubriachezza.
In ogni caso, una volta presi tutti gli ingredienti necessari, mi accorgo di una questione auto-evidente: questa è la spesa più sana che abbia mai fatto in vita mia, c’è molta meno plastica del solito, i piatti che andremo a realizzare sono semplici, e purtroppo non c’è traccia di patate (fritte) o pomodori (trasformati in Ketchup) perché la scoperta dell’America è ancora molto lontana.

Ora, non so come mi sia imbarcato davvero in questa avventura, ma ho pure chiesto in giro ad alcuni amici cattolici e a miei se trovassero questo esperimento offensivo per loro—perché non è affatto questo il mio intento. Piuttosto divulgativo, derivante da una genuina curiosità e con un pizzico di bonaria ironia. “Ti farebbe solo bene,” mi han detto. Quindi, dopo questa settimana avrei trovato una rinnovata spiritualità? I miei brontolii allo stomaco sarebbero diminuiti? Avrei perso peso dato che non mangio sano? Qui di seguito, trovate una colazione, più i pranzi fatti durante una settimana, a cui ho alternato alla sera i piatti del pranzo del giorno precedente. E sì, se ve lo state chiedendo, all’epoca di Gesù non esistevano, come le conosciamo oggi, le posate.
La colazione

Latte o Yogurt/ fichi secchi o frutta (uva)/succo di melagrana/miele
Trascorrere la prima colazione baciato dalla luce del Padre—che per il dogma della Trinità è sempre Gesù—l’ho vissuto un po’ come una investitura divina. Ma in balcone, seppur attorniato da allori, mi è sembrato in realtà di pasteggiare come un hipster salutista qualunque.
Come riportato nel ricettario, ai tempi di Gesù l’apicoltura non esisteva e il miele non si trovava mica su uno scaffale, ma in maniera fortuita. E, molto più probabilmente, nelle scritture viene definito miele anche “uno sciroppo denso e dolce derivato dalla lunga cottura di fichi, datteri, carrube e uva,” simile al “vincotto di fichi” pugliese.

Ma ho ingurgitato pure un succo di melagrana, per le scritture “simbolo di fertilità e abbondanza,” che alla mia faringe è sembrato solo carente di zuccheri e privo di gioia. Quindi direi che ho comunque pagato lo scotto delle mie scelte. Chiedo ancora scusa alla mia coinquilina pugliese.
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