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Come il coming out di mio figlio mi ha fatto cambiare idea su molte cose

  • Immagine del redattore: ligrestivincenzo
    ligrestivincenzo
  • 1 mag 2023
  • Tempo di lettura: 5 min

“Grazie a Edoardo ho fatto e sto facendo un cammino nuovo, e scoperto quanta bellezza c’è ancora in questo mondo.”

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Questo articolo fa parte del progetto di Vice in collaborazione con Skipper in occasione della campagna “Skippa i pregiudizi”. Puoi trovare tutti gli altri contenuti a questo link.

Intervista di Vincenzo Ligresti a Grazia Perseo; illustrazioni di Juta.

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Nelle conversazioni brevi che mi capita di intavolare coi conoscenti, c’è una domanda di rito a cui mi piace sempre più spesso rispondere con assoluta sincerità.

“E i tuoi due figli, ce l’hanno la ragazza?”

“Guarda, uno è single, mentre l’altro è fidanzato. Fidanzato con un ragazzo.”

La mia non è una ‘provocazione gratuita’. Lo scopo è aprire le menti, sdoganare certe temi, persino negli scambi di convenevoli con il compagno dell’università incontrato per caso dopo 20 anni, ogni qualvolta ne ho l’opportunità. Sono da 57 anni su questa terra e affermo il tutto con cognizione di causa—perché sono arrivata a questa consapevolezza un passo alla volta.

Mio figlio Edoardo ha 24 anni, è simpatico, fissato con l’Inghilterra, e circa quattro anni fa, mentre tutti noi quattro i componenti della famiglia eravamo seduti a cena, ha esordito con, “Vi devo dire una cosa…”

In un cuor mio, ho sempre saputo che Edoardo fosse gay. Dirò una di quelle frasi scontate: un genitore lo sa. Dalle scuole medie in poi, il pensiero di tanto in tanto mi è balenato in testa, e di tanto in tanto è stato avvalorato anche da qualche indizio—come quella volta in cui nella cronologia del computer ho notato certe ricerche, prima che qualcuno imparasse a navigare in incognito.

Inizialmente mio figlio ci disse che era bisessuale, poi dopo qualche mese gli richiesi se ne fosse proprio sicuro. Il coming out, ho scoperto in questi anni, è una questione personale. Puoi essere confuso o aver bisogno di tempo per processarlo.

In ogni caso, a quella famosa cena, mio marito e l’altro mio figlio ed io non avemmo nessun dubbio: rassicurammo Edoardo, gli dicemmo che per noi non era assolutamente cambiato niente, e che avremmo continuato ad amarlo come sempre. Per noi era sempre Edoardo. Non Edoardo-il-bisessuale. Non Edoardo-il-gay. Edoardo e basta.

Sebbene però in quella situazione mi fossi comportata al meglio, come la persona dalla mentalità piuttosto aperta che ho sempre ritenuto essere, nelle settimane successive i pensieri iniziarono a sovrastarmi. Erano pensieri che in un certo senso mi infastidivano, ma che non mi ero mai accorta di aver interiorizzato.

A mio figlio sarebbe potuto capitare di doversi censurare o nascondere parte di sé in certe situazioni. Saprà gestirlo? Quando uscirà alla cinque del mattino da una discoteca, un gruppo di omofobi potrebbe prenderlo di mira?, mi domandavo. Mi aveva comunicato di aver scaricato “le chat”, perché aveva bisogno di conoscere nuove persone. Ma per forza? Non esistevano altri modi?

Non lo dico per giustificarmi, ma vorrei puntualizzare che ho anche vissuto nell’Italia degli ultimi cinquanta anni. Quando negli anni Settanta-Ottanta ero una ragazza, il mondo LGBTQ+ era nascosto, dovevi andare a cercarlo per scovarlo, o se veniva mostrato era ridicolizzato—come nel Vizietto di Tognazzi, che all’epoca ci divertì molto.

Ho dovuto quindi inizialmente studiare, cercare di comprendere e nonostante gli sforzi, nonostante il supporto di chi mi stava vicino, sentivo che nessuno capisse appieno quello che stavo attraversando. Mio marito non aveva nessun problema con Edo, ma momentaneamente non voleva sapere nessun dettaglio del suo privato. Le mie amiche cercavano di chetarmi, oggettivare le mie paturnie, ma non vivevano una situazione simile alla mia.

Fu proprio mio figlio a darmi la soluzione: “Mamma, esiste Agedo, vai lì.” Agedo è una associazione nazionale di volontariato, o meglio di auto-aiuto, per genitori con figli LGBTQ+ che hanno bisogno di risposte o strumenti che non pensavano di dover possedere.

Per me fu una epifania: a queste riunioni, che si svolgono un po’ all’americana, provai subitaneamente la sensazione di aver trovato davvero dei confronti alla pari, perché finalmente di fronte a me c’erano persone che vivevano la stessa situazione, provavano le mie stesse emozioni. Alcune storie non erano del tutto affini alla mia: alcuni genitori confessavano di aver pianto ogni giorno per anni, pensavano che il proprio figlio fosse malato.

Ma quello che si fa non è “consolare” i genitori che hanno delle difficoltà in questo nuovo percorso. Perché non c’è nessuno da consolare. Bisogna semplicemente dare un esempio: non si tratta di accettazione, ma di accoglienza. Capirlo non è automatico per tutti.

Perché la verità è che qualunque genitore, pur sapendo in cuor suo che si tratti di pensieri egoistici, ha per tutta la vita delle aspettative sul proprio figlio— lui farà così, andrà all’università, troverà un buon lavoro, una brava ragazza e diventeremo nonni—che poi non si avverano.

Questo perché molto spesso si parte dal presupposto sbagliato: si pensa al proprio “bambino” come a un’estensione della propria persona, dimenticando che in realtà sarà una persona a sé, coi suoi desideri e bisogni.

Esiste un documentario, realizzato da Claudio Cipelletti, intitolato “2 volte genitori”: è una raccolta di interviste a delle madri e dei padri, su come hanno affrontato il coming out del proprio figlio, e su come la loro vita sia cambiata dopo. Trovo il titolo molto a fuoco, e mi ci metto in mezzo: siamo diventati genitori nel momento in cui nostri figli sono nati, e continuiamo ad esserlo oggi—ma in modo più diverso, consapevole e maturo.

Dalla mia “rinascita” da genitore sono passate ovviamente anche paure più canoniche, ma amplificate: a un certo punto avevo il timore che mio figlio potesse sentirsi solo. Ogni tanto, visto che sono un po’ impicciona, cercavo pure di ascoltare le sue conversazioni al telefono.

Una volta disse, a un’amica, una frase che suonava più o meno così: “Eh ma voi siete tutti fidanzati, io sono solo.”

Finché un pomeriggio di due anni fa, all’ultimo incontro Agedo, quello prima dei saluti di Natale—a cui erano stati invitati anche i nostri figli e i ragazzi dell’Arcigay giovani—mi arrivò un inaspettato regalo. Al momento del brindisi e del panettone, mio figlio si avvicinò e mi disse: “Mamma, lo vedi quel ragazzo lì?” “Oh sì, ha detto un sacco di cose intelligenti prima, proprio bravo.” “Ecco, è il mio ragazzo.”

Oggi per me Giacomo è un po’ come un secondo figlio. Viene spesso a casa. Cena con noi. Ogni tanto mi vedo con sua madre, ci stiamo molto simpatiche.

Anche la relazione tra mio figlio e Giacomo mi ha permesso di abbattere altri preconcetti. Mi dicevo: ok, hai fatto dei passi da gigante. Ma sei davvero pronta a vedere tuo figlio baciare un ragazzo davanti a te? Chissà, chissà. Invece quando è accaduto, quando li ho visti, è stato bellissimo. Ho visto due persone, due esseri umani, che si amano.

L’ultimo preconcetto rimasto, detto ancora con tutta sincerità, era quello sul Pride. Mio figlio ci mise settimane a convincermi. Per me era un po’ quello che certi media avevano descritto per anni: un carrozzone, con uomini mezzi nudi ed eccessi sconclusionati. Alla fine accettai.

Credo di non essermi divertita così tanto in vita mia, e sentita così orgogliosa di far parte di questa comunità. E orgogliosa di avere un figlio omosessuale, che mi ha permesso di essere una persona migliore. Grazie a Edoardo ho fatto e sto facendo un cammino nuovo, e scoperto quanta bellezza c’è ancora in questo mondo. Soltanto che non avevo capito bene dove si trovasse.

Questo articolo fa parte del progetto di Vice in collaborazione con Skipper in occasione della campagna “Skippa i pregiudizi”. Puoi trovare tutti gli altri contenuti a questo link.

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